Nereide Rudas, prima donna in Europa a ricoprire il ruolo di direttore di una clinica psichiatrica, ottenne allora che venisse effettuata una apertura all’esterno per accedere direttamente ai locali destinati alla clinica psichiatrica ricavata dalla struttura manicomiale costruita con un poderoso muro di cinta, come era nella perversa logica dell’isolamento di coloro che venivano ritenuti non degni di rimanere nella società comune.

E’ di questi giorni la notizia che, ad un anno dalla sua morte, a lei sarà dedicata la clinica con annesso il servizio di psichiatria forense. Ed è sempre di questi giorni la denuncia di allarme rosso dello stato in cui si trova a lavorare la psichiatria del nostro territorio in conseguenza degli alti livelli di tensione che si creano in occasione di lavoro con un tipo di utenza così particolare.

Nereide, non rivoltarti nella tomba, ma intercedi per noi affinché il tuo sforzo per rendere più umana la psichiatria non possa oggi naufragare in conseguenza di una visione ancora troppo condizionata da pregiudizi verso la persona umana.

Si cita l’episodio veramente spiacevole di aggressione avvenuta alcuni mesi fa ai danni della cara collega Ilaria Vannucci nel centro di salute mentale di Assemini da parte di un utente, episodio che la psichiatria isolana ha avuto il coraggio di denunciare e che rischia però di essere un vero e proprio atto di autoaccusa della organizzazione dei servizi psichiatrici del nostro territorio.

Ci si chiede, come mai la sanità, che dovrebbe essere un intervento di cura libera e responsabile, dove i sanitari sarebbero unicamente chiamati a svolgere un servizio di assistenza sul disagio umano, a venire incontro a l’uomo che soffre, dove dovrebbe essere applicato il principio ippocratico “primum non nuocere” diventa invece occasione, solo per la psichiatria, di contenziosi giuridici e di ricerca di protezione dei sanitari da parte delle forze dell’ordine? Quale sentiero perverso hanno preso le organizzazioni per la cura psichica?

Il primo suggerimento di prendersi cura obbligatoriamente del fratello, che è alla base del concetto del trattamento sanitario obbligatorio, lo fece Dio stesso quando chiese a Caino: “Dov’è tuo fratello?” Non dobbiamo quindi demonizzare il tentativo di prendersi cura a tutti i costi del fratello che soffre, ma dobbiamo decisamente rifiutarci di credere che la cura sia esclusivamente medica in senso farmacologico.

La cura, ovvero il prendersi cura, è qualcosa di molto più ampio ed articolato, ed è compito degli operatori della salute mentale fermarsi ad analizzare in un sereno dibattito cosa si intenda per cure urgenti e necessarie.


Con affetto.
Enrico Loria

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