GabbiaNo

al collega Delio Spada

all’associazione “GabbiaNo”

a tutti gli operatori della Salute Mentale.

Il Passerotto
Ero molto piccolo quando mio nonno materno si presentò a casa, una mattina, con una gabbia in mano. Dentro la gabbia, un passerotto.
Mio nonno paterno invece non l’ho conosciuto, perché è morto quando avevo tre mesi, ma mi piace pensare che, in quel giorno di settembre, nei suoi ultimi momenti di vita, quando chiese a mio padre se fosse Enrico il neonato che piangeva nell’altra stanza, lui abbia desiderato darmi la sua benedizione, in spirito francescano, da uomo religioso che era.
La vista del passerotto in gabbia turbò il mio interiore, naturalmente sensibile, non per mio merito o per mia volontà, ma perché ognuno ha i suoi limiti e le sue qualità.
Fu così che, appena lui andò via, presi il coraggio di aprire la porta della gabbia messa nel balcone della cucina, per vederlo, in un attimo, senza farsi pregare, dirigersi verso l’apertura e spiccare il volo libero per nascondersi tra le foglie degli alberi del giardino sotto casa. Oramai, in un attimo, era irreperibile. Libero.
Quando tornò mio nonno il giorno dopo e seppe che avevo aperto la porticina della gabbia mi disse senza esitazione: “ma sei tonto!”
Io preferii fare finta di si, perché era troppo difficile per me spiegare che l’uccellino era creato per volare libero, era difficile spiegare che avevo provato una gioia infinita ed una emozione indescrivibile quando aveva aperto le sue ali ed era volato via, era difficile spiegare l’emozione provata nel sentire il rumore che fanno le ali che sbattono forte e libere quando l’uccellino spicca il volo, nei primi attimi, per vincere la forza della gravità.
Mio nonno mi portò un secondo passerotto sperando che avessi capito il mio stupido errore. Appena andò via concessi a me stesso il dono di vedere volare anche questo. Mio nonno, quando lo seppe, mi attribuì definitivamente il suo valore di quoziente intellettivo, specificando che, a questo punto, peggio per me, non me ne avrebbe più comprato.
Era la mia prima vittoria sul bisogno di libertà ma anche la prima sconfitta del mio essere: non ero riuscito a parlare apertamente con lui per dire la mia verità, per confidargli il mio vero bisogno, il mio vero pensiero, il mio vero proposito, era difficile spiegare l’emozione di quel fruscio intenso delle ali che, ancora adesso, è impresso nella mia memoria.

Il Topolino
Sotto casa avevamo il privilegio di un garage. Mio padre un giorno tornò a casa tutto orgoglioso perché aveva comperato una trappola per topi. L’aspetto era quella tipico della gabbia. Diceva che era utile nel caso qualche topolino fosse entrato dentro il garage, ma io non capivo il perché, in quanto, che io sapessi, non avevamo mai avuto un problema conseguente alla presenza dei topi nei cortili, che effettivamente a volte c’erano. Non capivo quale problema potesse derivare dalla eventuale possibilità che un topo potesse effettivamente entrare dentro il garage. A me sembrava un inutile pretesto, un inutile e perverso modo di tentare un controllo sulla realtà, sull’altro, sulla vita, sulla libertà.
Mi fece vedere come funzionava. Un pezzetto di formaggio appeso dentro ad un gancetto e, come veniva toccato, scattava la porta collegata ad una molla, che quindi si chiudeva. La mia speranza fu che non servisse a nulla, perché non avevo il coraggio di dire che non ero d’accordo: non sarebbe servito comunque a fargli cambiare idea. Ma io comunque non ho avuto la forza ed il coraggio di esprimere il mio pensiero, il mio bisogno. Una nuova sconfitta per il mio essere.
Purtroppo, una mattina mio padre mi chiamò per darmi “la buona notizia” che l’acquisto della gabbia non era stato inutile e che, finalmente, un topolino era rimasto intrappolato. Ingenuamente e candidamente esclamai. “Adesso lo liberi?” “Ma tu sei scemo” fu la puntuale risposta di mio padre, una risposta brusca che fece breccia dentro di me, cominciando ad incunearsi nei miei vissuti e a farmi credere che ciò che “avevo dentro” fosse incompatibile con quello che “accadeva fuori”. La realtà della vita cominciava per me a sembrare davvero assurda ed illogica, o forse ero assurdo ed illogico io!
Il conflitto tra “credere di essere sbagliati” o pensare che “è sbagliato l’altro” è l’origine del problema esistenziale che si può risolvere solo quando cominciamo a capire che la diversità è l’inizio di un percorso e non la fine di tutto, ma questo era troppo avanti per me, in quel momento. Comincia a strutturarsi in me il bisogno di essere distante e separato da ciò che è troppo diverso ed incomprensibile, da ciò che causa quindi una sofferenza troppo grande.
Ed è così cha nasce il principio della dualità nell’uomo, la separazione netta tra il bene e il male. E’ nel principio della dualità che si struttura la nostra psiche, con il quale poi separiamo le cose del mondo, le persone e le situazioni, in categorie pregiudizievoli. E’ un principio che ci allontana dalla possibilità di amare l’altro nella sua diversità. Ci sono caduto dentro anche io.
Mio padre mi spiegò sommariamente che era giunto il momento di uccidere il topolino e che lo avrebbe fatto semplicemente tenendo la gabbia tra le due mani e sbattendolo forte da una parte all’altra. Così sarebbe morto diceva lui. La mia speranza fu che non fosse vero e che il topolino potesse resistere a quel trattamento, e lo dissi pure a lui nella mia ingenuità, nella speranza che lui desistesse. Rise, e cominciò a sbatterlo da una parte all’altra. Scappai disperato nel portico del cortile. Non sapevo dove andare, e così tornai indietro, nella speranza che fosse ancora vivo. Vidi con tristezza che il topolino era morto. Non ricordo più nulla…

L’aragosta
Ero ancora piccolo, non ricordo esattamente a che età ma avrei potuto avere cinque o sei anni e mia madre aveva comprato al mercato un’aragosta. Nel momento in cui l’acqua bolliva, la prese per metterla dentro la pentola, ma siccome era ancora viva, in modo improvviso ed immediato si dimenò, aprendo e chiudendo con forza la chela, tanto che gli sfuggì dalle mani e cadde in terra, dove continuò con forza a dimenarsi aprendo e chiudendo la chela, tanto da muoversi di qualche metro arrivando nel corridoio. Rimasi scoccato ed incredulo. Mio padre intervenì per aiutarla. Chiesi a mia madre perché facesse una cosa del genere ed in effetti ammise che era un comportamento crudele, che anche lei la considerava, come me, una cosa atroce, e che mi capiva, ma che la vita è cosi, queste cose bisogna farle e di conseguenza bisogna abituarsi. Non avrebbe mai dovuto dirmelo.
Anche questa volta scappai quando vidi che, insieme a mio padre, entrambi concitati, dopo avere acchiappato l’aragosta, la rimettevano con forza nell’acqua bollente, attendendo quegli interminabili secondi necessari per vincere la resistenza naturale alla sopravvivenza di qualsiasi essere vivente. Quei secondi a me, ferito nella mia sensibilità, sembrarono lunghi ed interminabili come minuti. Speravo solo che morisse al più presto perché avesse fine quella che, per me, eccessivamente sensibile, era una inutile atrocità
Non riuscii ad elaborare l’accaduto e quella notte ebbi un incubo dove a me, in preda ad uno stato di angoscia, si ripresentava la scena terribile alla quale non avevo potuto sottrarmi.

Sono tutti episodi, forse banali, che ripesco nelle memorie della mia infanzia e che rivivo e descrivo volentieri, per capire qualcosa di più di me stesso, della vita e del senso che sono riuscito a dargli.

Sono io sensibile e pauroso, che non riesco ad adattarmi alle cose della vita? Sono io che non riesco ad accettare le cose che accadono nella realtà? O potrebbe essere che molti aspetti della vita terrena sono realmente assurdi?

Credo che questo destino di “iniziazione” alla crudeltà e la crudezza della vita riguardi tutti e, prima o poi, per diminuire la sofferenza, tutti accettiamo, più o meno consapevolmente, di cor-rompere il nostro cuore, ovvero rompere il naturale desiderio di purezza del nostro cuore.
Ma è da qui che vorrei partire per spiegare, in modo semplice, se possibile, il mio bisogno ed il mio intento, perché non posso accettare che la realtà psichiatrica della terra, o perlomeno, del nostro territorio, segua delle logiche crude e crudeli, distanti dai veri bisogni dell’uomo.
Non che la realtà psichiatrica sia più cruda di tante altre realtà della terra, ma io è di questo che ho deciso di occuparmi, ed è di questo, quindi, che decido di parlare.

GabbiaNo
Quando lavorai per la prima volta in un centro di salute mentale credevo che il compito di un medico che si occupa del disagio mentale fosse quello di dare, con amore, quel sostegno necessario a chi non ha potuto ancora averlo nella sua vita, affinché quella persona possa riprendere, con l’aiuto delle cure, il cammino interrotto al quale tutti siamo chiamati.
Ingenuo.
Come posso essere così? Perché?
Rimasi terribilmente provato quando assistii al primo ricovero coatto condotto dal personale già esperto. Dico assistii perché quello che fece il personale infermieristico fu qualcosa che non conoscevo. E che consideravo assurdo. Era lì che mi accorsi che, le parole di mia madre quando ero bambino, evidentemente erano oramai entrate nella mia cultura: “la vita è cosi, queste cose bisogna farle e di conseguenza bisogna abituarsi”.
Assistendo inerme e riproponendo in seguito, io stesso, il medesimo schema di intervento, posso affermare che evidentemente anche il mio interiore era oramai cor-rotto, che il mio cuore era rotto e aperto all’assurdo. Perché quello che facciamo come medici, quando usciamo dal nostro ruolo naturale di sostegno e cura, per privare qualcuno della libertà, è assurdo. Non è compito del medico privare della libertà. La legge attuale, finalizzata a proteggere la persona, in realtà è vecchia ed andrebbe aggiornata. Siccome esiste va rispettata, ma soprattutto va applicata nel modo corretto: in alcuni casi non abbiamo alternative al trattamento sanitario obbligatorio (TSO), ma solo in una esigua minoranza di casi. Quello che fa la differenza è il modo in cui viene applicata.

GabbiaNo
Tornando indietro con la memoria, posso ripercorrere oggi alcuni momenti della mia vita in cui la mia sensibilità era, evidentemente, oramai da me annullata e soppressa. E’ una forma di “non esistere” mentre si continua ad essere vivi.
Ricordo quando mia madre mi chiese se ero d’accordo che “mandasse via” mio padre, che invece avrebbe preferito mantenere la famiglia unita, ed io dissi di si. Vorrei essere li adesso, e dire: “Capisco il tuo disagio mamma, ma non sono d’accordo, se va via lui, vado via anche io. Deve esistere un altro modo per risolvere i problemi”.
Ricordo quando mio padre, per risparmiare il costo di una tessera, chiese a mio fratello di entrare abusivamente nello stabilimento balneare ed io, insieme a mia sorella, per diminuire la tensione che si era creata in macchina in conseguenza del deciso rifiuto di mio fratello, feci di tutto per vincere il suo naturale istinto a non adattarsi ad una così grande ingiustizia, fino ad ottenere, purtroppo, che lui crollasse e accettasse la prevaricazione. Vorrei essere lì adesso per sostenere mio fratello ed abbracciarlo in quella sua naturale e legittima disobbedienza, ed amare mio padre affiche si rendesse conto, insieme a mia madre complice silenziosa, di cosa stavano facendo.
Ricordo la grande pressione che esercitò su di me mio padre che, convinto che fosse cosa buona, mi fece cambiare, da un giorno all’altro, quando avevo cinque anni, dall’asilo alla prima elementare nel mese di marzo, ad anno quasi terminato. Il mio dolore ed il mio sconcerto furono così grandi che mi dissociai dentro, nel senso che dicevo a me stesso: “le mie gambe camminano ma non sono io che cammino, io sono altrove, le mie gambe sono complici di questa prevaricazione perché non ho il coraggio di scappare, ma non sono io che sto andando in quella classe”. Vorrei essere lì adesso per dire a mio padre: “Papà, capisco il tuo bisogno ma rimango dove sono e non vado in prima elementare ad anno quasi terminato; ci andrò regolarmente l’anno prossimo ad ottobre, come tutti gli altri”.
Parlare chiaro e forte, se lo avessi fatto volta per volta, fin dall’inizio, in tutte le occasioni in cui consideravo assurdo quello che stava accadendo, questo mi avrebbe preparato ad affrontare quella mia situazione in un altro modo.
Io ero oramai come l’uccellino in gabbia, come il topolino nella trappola, come l’aragosta nella pentola. La catena del male inconsapevolmente si ripete. Mio padre subì la stessa ingiustizia. Anche mio fratello, anche mia madre.
Nessuno di noi ha, in molte situazioni di vita, saputo o voluto cambiare la propria storia. Dobbiamo farlo adesso, nei casi in cui è necessario. Lo debbo fare io, lo devi fare anche tu.

Il Coniglio bianco
Nella nostra famiglia, visto che viviamo in un appartamento, abbiamo sempre dato per scontato di non avere animali in casa. Una sera, invece, ci siamo fatti convincere da Francesco e da Giovanni all’acquisto di un tanto desiderato coniglio bianco. E così, pur dissociandomi, ho accettato che mia moglie Grazia li accompagnasse per lo speciale acquisto. Ed ho ancora impresso il viso felice di Francesco quando, con le braccia allargate per tenere la gabbia quasi più grande di lui, è entrato dalla porta trionfante con il trofeo della sua vittoria sulle nostre resistenze, oltre che trionfante per il coniglio da lui tanto desiderato.
Nel rispetto del mio vissuto, anche il coniglio viene subito messo fuori dalla gabbia. Una volta messo nel pavimento, aveva iniziato con un comportamento strano, che inizialmente faceva pensare a qualche disturbo. Faceva infatti, in modo rapido, un tratto di circa mezzo metro, poi si girava di colpo e ripeteva lo stesso comportamento. Ed avanti così, avanti e indietro nello spazio di mezzo metro. Non è stato immediato capire che non era in preda al sintomo di qualche strana malattia, ma che il tratto che percorreva con rapidità era esattamente la lunghezza della gabbia. Evidentemente era nato dentro la gabbia ed era sempre vissuto li dentro, perché non era in grado di avere un comportamento diverso. Stava dentro la gabbia nonostante fosse fuori dalla gabbia.
Per fortuna non è passato tanto tempo prima che, con il supporto dei nostri stimoli, realizzasse che poteva muoversi liberamente. Ed allora ha cominciato a fare rapide corsette lungo tutta la stanza.
Credo che sia come quello che capita a noi quando entriamo negli automatismi e non utilizziamo tutte e risorse a nostra disposizione.

GabbiaNo
La realtà psichiatrica del nostro mondo riproduce le stesse prevaricazioni che ho descritto nel mio piccolo mondo. Evidentemente il tentativo di forzare le coscienze è pervasivo. Ma questa non è una accusa contro nessuno, perché chi è senza peccato scagli la prima pietra. E’ solo una constatazione finalizzata ad innescare un dialogo costruttivo.
Per questo credo che non dobbiamo colpevolizzare nessuno, non dobbiamo giudicare. Astenersi dal giudizio ed iniziare ad amare credo che sia la via giusta, quella che può funzionare. Dobbiamo uscire dal principio della dualità che ci fa vedere il bene e male separati. Siamo tutti nella stessa barca, tutti peccatori, ovvero mancanti.
Siamo tutti desiderosi di una crescita dell’umanità, tutte persone di buona volontà, ma l’organizzazione dei sistemi umani ancora segue troppo spesso delle logiche strumentali e disumane, in tutti i settori dell’esistenza.
Siamo qui per migliorare il mondo.
La realtà psichiatrica, non solo non fa eccezione, ma addirittura è in prima linea fra le agenzie che debbono e possono essere le punte di diamante di un cambiamento sostanziale dell’umanità. La psichiatria, infatti, si occupa dell’uomo nei suoi momenti di crisi esistenziale, quei momenti che sono una vera occasione di vita in quanto sono ricchi di speranza per un vero cambiamento.
Non sono i fatti “in sé” che dobbiamo giudicare, ma lo spirito con cui viviamo. Non sembrino quindi troppo banali i semplici esempi fatti, che di per sé non dimostrano nulla, ma sono i vissuti umani di cui dobbiamo sempre tener conto quando vogliamo essere empatici e sensibili verso l’umanità.
Non possiamo fare le cose da soli. Dobbiamo collaborare e cooperare.
Oltre al al quale rimando, cito anche le associazioni: Centro Poiesis, PoiesiSolidale, Istituto Sales e il mio sito personale www.enricoloria.it

 

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