Stefano Loria06.04.2018

Oggi è il 5° anniversario della rinascita in cielo di mio fratello Stefano... lo ricordo riproponendo questa testimonianza.

Enrico, rimani qui, non andare via…

Sono le ultime parole di mio fratello Stefano, per opporsi alla richiesta dell’infermiera del reparto che insisteva nel ricordare che il tempo della visita era terminato, e che lei non avrebbe somministrato la terapia prevista finché non fossi andato via: ovviamente non potevo sapere che non avrei mai più rivisto vivo Stefano.

“L’intervento chirurgico è andato bene” aveva detto infatti poco prima la dottoressa di turno, ed io non avevo motivo di dubitare, non potevo immaginare che nelle ore successive il sistema cardiocircolatorio non avrebbe retto alle dure prove della sua vita, intervento chirurgico compreso. Del resto, da alcuni giorni, una profonda fiducia mi accompagnava, e più volte in questo periodo ho pensato dentro me, con una inspiegabile sensazione di certezza, che le sue sofferenze erano arrivate alla fine: non sapevo però che sarebbe stato in un modo così diverso dalle mie aspettative. La fine della sua sofferenza era in realtà essere accolto nella luce e nel calore di Dio. Io non avrei potuto fare nulla per lui anche se fossi rimasto, ma le sue ultime parole rimangono per me come il sigillo del periodo di separazione terrena che ci attende, come la sua ultima volontà di essere unito. E questa ultima volontà non potrà più svanire.

La mia fantasia più angosciante da bambino era che Stefano potesse morire. Lo pensavo in conseguenza di quella sua salute apparentemente così cagionevole. Questa fantasia era riemersa esattamente un anno fa, nell’aprile 2012, quando lui, dopo un periodo difficile di vicissitudini fisiche e psichiche, era stato di nuovo male, e si era recato all’Ospedale Brotzu per dei forti dolori addominali, dove veniva diagnosticata una peritonite acuta, in conseguenza della perforazione di un diverticolo intestinale. Il mio timore che potesse non farcela mi fece chiamare al telefono Don Mario Steri, che accettò di venire immediatamente in ospedale con me, per dare l’estrema unzione. Quella notte stessa, quando la collega che lo operò fece squillare il mio cellulare alle 2,30 del mattino per dirmi che era andato tutto bene, e che come previsto era stato necessario effettuare una “stomia” provvisoria, provai sollievo, e allo stesso tempo pena per lui, che avrebbe dovuto affrontare una nuova ennesima prova della vita. Sarebbe stato solo per qualche mese diceva, e poi sarebbe stato operato di nuovo per ricanalizzare l’intestino, e ripristinare la normalità. Ma lui di questo intervento, apparentemente banale e programmabile, aveva timore, tanto che il tempo passava, ed io cominciavo a pensare che non si sarebbe più operato per ritornare alla normalità, come se esistesse una normalità. Se è vero che l’inconscio sa tutto, il suo timore per il nuovo intervento era giustificato.

Enrico, rimani qui, non andare via. Accolgo inizialmente la sua richiesta, cercando di imbrogliare l’infermiera e facendo finta di uscire, per rientrare poco dopo.

Il suo attaccamento all’Ospedale Brotzu, al quale si rivolgeva con eccessiva facilità ogni volta che stava male, era iniziato quando sia io che lui eravamo due ragazzi, quando una mattina, vedendolo molto debilitato per una normale influenza che sembrava non risolversi più, io, giovane studente in medicina e neo patentato, di impulso lo presi in braccio così come era, in pigiama, e sceso dalle scale a piedi lo caricai nella macchina di mia madre, e lo portai in quell’ospedale nuovo, che vedevo moderno ed attraente, per chiedere cortesemente che venisse ricoverato. Assistito in quell’ambiente ospedaliero, si riprese molto in fretta. Quando negli anni successivi riconobbi il suo attaccamento a quella struttura, verosimilmente sviluppatosi in quell’episodio, capii che si era creato un imprinting che legava me, lui, e l’assistenza medica, in un modo indissolubile.

Enrico, rimani qui, non andare via. Durante l’ora della visita, che si prolungava oltre il tempo, quando facevo capire che dovevo andare via, ripeteva questa frase, in un modo che mi colpiva. C’è chi è solitario per scelta, come i monaci ed i single, chi lo è invece per necessità. Ma le due cose a volte coincidono in un sentimento unico, di necessità è di virtù. Così era per lui, dove la scelta di solitudine, in fondo da lui voluta, era però condizionata dalle vicissitudini della vita, in seguito alle quali era rimasto veramente solo. Ma in quest’anno di vita trascorso ritirato in casa, dove sembrava aver trovato un suo equilibrio nella solitudine, alcune volte avevamo parlato in un modo nuovo, e molte incomprensioni del passato sembravano svanite. Entrambi riuscivamo a venirci incontro nel dialogo, per comprenderci ad un livello che in precedenza sembrava impossibile. La sua frase: rimani qui, non andare via, sembrava il segnale di una ritrovata sintonia, e questo confermava in me l’idea che le sue sofferenze potevano finalmente estinguersi, in virtù di una nuova capacità di intesa nella diversità di entrambi.

La diversità, si, perché è questo che caratterizza tutti gli uomini, il fatto di essere unici, e quindi diversi. Ciò che unisce le persone non è l’uguaglianza, o la conformità, ma è l’andare più in profondità, al di là di tutte le diversità, nel luogo interiore che ci unisce tutti nell’amore incondizionato. Ma questa grande conquista non è per niente facile. Con Stefano abbiamo vissuto una vita di diversità, e di incomprensione reciproca, che sembrava finalmente svanire nel desiderio comune e condiviso di unione. Essere fratelli per noi ha rappresentato vivere due polarità, due modi di vedere le cose, e come spesso capita, non riuscivamo ad incontrarci veramente, ma sempre con dei compromessi. Il limite umano non è essere diversi, che in realtà è una ricchezza, ma non capire che da soli non si può fare nulla, e solo nell’ascolto reciproco si compie il miracolo della vita.

È così che sono andato via, senza rendermi conto della natura intima della sua ultima richiesta, senza rendermi conto che il tempo aveva deciso di mettere in atto il suo gioco, quello di separare, per rafforzare il proposito individuale di unione, perché diventi quindi indissolubile, definitiva, eterna. E’ l’unione che sperimenteremo nel paradiso.

E’ così che siamo rimasti ora, con la premessa che questa unione sia spirituale, prima che diventi anche totale. Tutte le mie sciocche fantasie dell’ultimo periodo, come riprendere insieme una nuova collaborazione al Poiesis non appena fosse guarito, o comprare due moto uguali per dei giri insieme, nella parità, e tante altre, svaniscono ora improvvisamente, per lasciare il posto all’unico pensiero che oggi ha un senso: ritrovare, da questa posizione, il senso profondo di essere fratelli.

Eccomi Stefano, sono qui, non vado via, rimango con te. Ora che sei lontano ed invisibile ho un compito ancora più difficile: riconoscerti in ogni fratello ogni giorno della mia vita. Nella tua povertà sei sempre stato generoso, ora che sei ricco, intercedi per tutti noi da lassù, grazie.

Enrico.

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