Straniero tra la folla

Movimento Psicospirituale

Cap. 1

Ricordo che ho iniziato a incontrare persone per ascoltarle incuriosito, nel tentativo di essere partecipe alle loro vicende, molto prima di diventare psicoterapeuta. Poi, sempre di più ho imparato ed applicato le strategie e le tecniche cercando di “empatizzare”. Credo però che non sia possibile avere empatia, simpatia ed anche compassione, se non in modo assolutamente spontaneo. Il terapeuta quindi svolge sicuramente un ruolo che, anche nel migliore dei casi, rimane purtroppo drammaticamente artificiale.

I pazienti impiegano di solito molto tempo prima di rendersene conto, forse perché il loro bisogno d’amore, d’accoglienza, d’accettazione e di riconoscimento è così elevato, che sono capaci di fare molti sconti alla verità dei fatti. Fino a quando finalmente prima o poi comprendono. Si rendono conto che devono prendersi la responsabilità della loro vita e finalmente riescono più o meno facilmente a mettere fine a quella esperienza che gli è, forse, stata anche d’aiuto, ma che poi è sostanzialmente una farsa che ha un esito.

La terapia dovrebbe invece essere un’occasione di vera conversione con l’inizio di una nuova vita. Dovrebbe lasciare un senso di speranza senza fine.

Le necessarie regole del setting, il pagamento della prestazione eseguita, i limiti umani del terapeuta, la oggettiva difficoltà a capire veramente di cosa abbia davvero bisogno quella persona , nel suo profondo, per sentirsi veramente felice e realizzata, creano spesso una dinamica relazionale potenzialmente utile ma che spesso rimane sterile.

Il terapeuta continua a seguire un’idea ed un suo modello che danno corpo all’esperienza. Se si distacca troppo dalle aspettative del suo cliente il rischio è di lasciarlo vagare nel nulla. Se si innamora troppo dei suoi principi ispiratori rischia di lasciarlo esattamente dove era quando è arrivato. In realtà, il terapeuta dovrebbe essere già in grado di una relazione dinamica che supera le proprie naturali difese nella relazione. Dovrebbe essere in grado di gestire le proprie reazioni che nascono in conseguenza ed in occasione di quella relazione.

Le persone di solito esauriscono la terapia, nel senso che comprendono che la terapia è come l’esperienza del castello stregato del luna park da bambini: entriamo carichi di entusiasmo e di illusione che prima o poi svaniscono quando capiamo che è tutto lì e nient’altro. Poi il nulla e la ricerca di un’altra esperienza forte che li allontani dal disagio latente o manifesto. A volte la terapia esaurisce le persone, nel senso che le mette nel loro disperato vuoto esistenziale senza offrire qualcosa di veramente valido in alternativa.

Le terapie che si esauriscono in realtà non sono mai iniziate. Esiste sempre infatti la possibilità che la terapia possa donarci la svolta che stiamo aspettando.

La terapia dovrebbe invece dare una vera possibilità di riscatto esistenziale, far trovare il proprio vero Sé. Dovrebbe donare un ritrovato senso della propria vita ed una speranza nuova. Dovrebbe compiersi anziché esaurirsi. Dovrebbe finire solo per un risultato raggiunto che rimane. Dovremmo finire la terapia quando siamo arrivati a trovare il nostro amore. Ma i terapeuti hanno trovato l’amore?

Un abbraccio

Enrico Loria

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