Straniero tra la folla

Movimento Psicospirituale

Straniero tra la folla - Cap. 8

Nel nostro vero Sé tutto è ancora in gioco, tutto è ancora possibile rispetto al valore ultimo che desideriamo inconsciamente raggiungere. Questa prospettiva riscatta i nostri fallimenti e rilancia noi stessi verso la piena realizzazione di Sé. Prendersi cura della propria unicità, riconoscerla ed approvarla, è probabilmente la più grande ed importante responsabilità che abbiamo nella nostra vita. Nessuno potrà mai fare questo al posto nostro. Perché perdere tempo cercando di far si che sia un altro a farlo?

Analogamente, noi non potremo mai prendere la responsabilità al posto dell’altro affinché riconosca se stesso nella sua unicità. Quale potrebbe essere allora il senso della relazione, tenuto conto che ciascuno ha da trovare in se stesso il proprio vero Sé?

Conoscere se stessi è il dono più grande che noi potremo mai fare all’altro. Quando una persona trova il proprio equilibrio, le relazioni in atto ne vengono influenzate. Si avvia un processo di differenziazione che non necessariamente implica una separazione, ma che modifica le dinamiche interne di quella relazione. Abbiamo a quel punto l’opportunità di andare più a fondo in noi stessi, se vogliamo, se riusciamo, piuttosto che tornare indietro per cercare nuove dipendenze.

Il senso di smarrimento inevitabilmente legato al passaggio dall’Ego al vero Sé rende il cambiamento difficile: non è strano che molte volte, nel corso della vita, rallentiamo, ci fermiamo, non riusciamo ad andare avanti e ci blocchiamo. Vogliamo che siano gli altri a risolvere il problema.

Quando entriamo in crisi è il momento più favorevole per il cambiamento. Superare la crisi nel modo giusto quindi è di fondamentale importanza. Molto spesso però usciamo dalla crisi dalla parte sbagliata: questo significa con certezza che la crisi ritornerà. La nostra vita quindi può diventare, per alcuni, un oscillare di periodi di crisi e periodi di riequilibrio che si alternano. Non basta raggiungere un equilibrio, ma è anche necessario che questo nuovo equilibrio raggiunto sia in linea con i nostri bisogni inconsci.

Barbara (è un nome a caso) è cresciuta con dei genitori che non andavano d’accordo e si è adattata ad un clima anaffettivo. Da adulta si è inserita in un ambiente di lavoro che mantiene, pur con fatica, perché ne ha bisogno per vivere, ma come nella famiglia non si sente accettata per come è, ovvero con i suoi pregi e i suoi difetti. Comprende che il disagio è suo: proseguendo la relazione lavorativa e analizzando in terapia i vissuti nelle relazioni, costruisce pian piano dentro di Sé una memoria più positiva. 

Si tratta quindi di reggere l’impatto forte che esiste tra istanze interiori e pressioni relazionali. Se queste due realtà non vengono integrate in noi, siamo in conflitto. E’ perfettamente inutile lamentarsi e attribuire agli altri la responsabilità del nostro disagio. E’ altrettanto inutile colpevolizzarsi e passivizzarsi. E’ invece davvero meraviglioso attraversare questo conflitto per evolvere a qualsiasi costo, piuttosto che rifiutarlo e “agire” con fughe o adattamenti. I meccanismi psicologici di difesa, in questo, sono di grande aiuto: ci salvano dall’andare avanti quando non siamo ancora pronti.

In questo mare di complessità il terapeuta non fa eccezione, anche lui un essere umano come tutti gli altri. Sarà già stato in grado di attraversare in avanti la sua crisi, o è tornato indietro pure lui?

Un abbraccio

Enrico Loria

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